LA GHIRONDA
Alberto Cesa

Nel “Mondo dei vinti” di Nuto Revelli un’anziana donna di Ferriere, in Valle Stura (Cuneo), racconta che suo nonno per guadagnare qualche soldo girava a piedi per la Francia, dalla Provenza alla Bretagna, con la lanterna magica e la ghironda. Nella memoria popolare del Piemonte riaffiorano ancora oggi immagini nitide di suonatori ambulanti con questo “strano” strumento a manovella dal suono ruvido e suggestivo.
C’è chi la ricorda in braccio a un cantore cieco nella Torino degli anni ‘20, chi, sempre a Torino, tra le bancarelle di “Porta Palazzo”, l’ha vista usare nel secondo dopoguerra da un imbonitore con tanto di “orso ballerino”; chi ancora ricorda di averla ascoltata ogni giorno all’uscita dall’officina negli anni ‘40 da un cieco di Borgo San Paolo (così mi ha raccontato un novantenne di questo borgo, in uno dei miei incontri musicali con gli anziani della Circoscrizione).
Molti inoltre sono i canti e i detti popolari piemontesi, che ne tramandano la rilevante diffusione del passato: nella popolarissima canzone La bergera, la viola (o viula) in mano al pastore “di turno”, al di là dei doppi sensi, è sicuramente la ghironda; nella ninna nanna L’ài gavàie le scarpe al gat (ho tolto le scarpe al gatto - Cantovivo: La Lüña e ‘l Sul), con un procedimento cumulativo si raffigura una mamma che spoglia il bambino usando una mano per gli indumenti, l’altra per suonare la viula.
Ricordiamo infine il detto ‘t sés na viùla (metaforicamente sei monotono, ripetitivo) usato ancora da qualche anziano, che racchiude in sé due elementi fondamentali dello strumento: il nome e il principio musicale su cui si basa. Viula infatti deriva da viulo e vielle, termini con cui, rispettivamente in lingua occitana e francese (quest’ultima come semplificazione nell’uso corrente del più completo vielle à roue) è indicata la ghironda fin dal medioevo. La seconda indicazione, la ripetitività, ci rimanda alla nota fissa, sempre uguale, detta “bordone” (da cui “tener bordone” e altri modi di dire entrati nel linguaggio comune), che è caratteristica degli strumenti più antichi come la cornamusa e, appunto, la ghironda.

Un’origine misteriosa
Dalle prime osservazioni fatte finora quest’ultima puo’ apparire uno strumento esclusivamente popolare, etnico. In realtà la sua collocazione, al di là dell’attuale rilancio è decisamente più complessa: la ghironda infatti nasce in contesto ecclesiastico per poi attraversare una lunga e insolita vicenda che la vede protagonista alternativamente, o in concomitanza, tanto della musica colta che di quella popolare.
La sua singolarità ha un riscontro evidente già nell’origine che, caso unico nel mondo degli strumenti, è avvolta dal più profondo mistero.
Sappiamo benissimo che i nostri strumenti musicali derivano, o ne sono stati profondamente condizionati, dalla cultura araba (e più in generale da quella orientale). Tuttavia della ghironda, o di strumenti simili, in quella cultura non esiste traccia. E neppure ne troviamo in altre culture antiche.
In nessuna parte della Terra esistono segni di fonti sonore simili: caratterizzate cioé da un suono continuo, come di un “arco infinito”, prodotto dall’attrito di corde su una ruota.

Prima o dopo il Mille?
Seguiamone dunque la storia che inizia, come abbiamo già visto, nell’ambito della musica sacra. Il suo primo nome è organistrum, e “Quomodo organistrum construatur” è appunto intitolato il primo trattato di costruzione che indica con chiarezza forma e funzione: fu compilato secondo alcuni dall’abate Oddone de Cluny, morto nel 942, secondo altri da Oddo di St. Maur-des-Fossés, il che ne sposterebbe oltre il Mille la pubblicazione. Al di là di queste incertezze, resta il fatto che l’invenzione di quell’arcaica forma di polifonia, scaturita dall’esigenza di sostenere i canti dei monaci con suoni gravi e solenni, porta alla costruzione di strumenti di dimensioni molto grandi, che richiedono addirittura il concorso di due suonatori: uno per girare la manovella della ruota, l’altro per azionare i tasti della melodia.

L’organistrum compare in numerose iconografie, la più remota delle quali appartiene ad un manoscritto del IX secolo conservato nell’Abbazia di Sainte-Blaise in Provenza, dove è raffigurato con una cassa a forma di chitarra, una tastiera con sei tasti a meccanica “verticale” e tre corde melodiche (celeberrima la sua rappresentazione, risalente al XII secolo, in bassorilievo sul Portico della Gloria della Cattedrale di Santiago de Compostela, in Galizia, Spagna, tuttora meta finale del più famoso pellegrinaggio della storia europea).

Nel XIII secolo il suono grave dell’organistrum comincia pian piano ad essere sostituito nelle chiese e nelle “scholae cantorum”, da quello altrettanto profondo ma più ampio e articolato dell’organo.
Così quella grande scatola sonora, uscita dal buio delle chiese e dei conventi si trasforma, fino a diventare un comune strumento tra gli altri strumenti: assume dimensione per una persona, una sonorità più acuta e, con l’inserimento delle corde di bordone, raggiunge le caratteristiche della ghironda che conosciamo.

Cambia anche nome: da organistrum diventa chifonie, sinphonia, vielle... In questa nuova veste prende ad accompagnare le composizioni amorose, liriche, epiche, di menestrelli e altri musicanti. Entra nelle corti dove vive la sua età dell’oro ispirando le fioriture poetiche dei “troubadours” provenzali, la cui produzione letteraria, in lingua “d’oc”, conquista una dimensione europea, trovando apprezzamenti e una folta schiera di imitatori soprattutto in Italia (si dice che Dante sia stato a lungo indeciso se affidare le rime della sua Commedia al volgare o al provenzale).

Quando l’epopea trobadorica, sull’onda dei drammatici eventi storici che feriscono a morte la cultura occitana (basti ricordare i massacri compiuti da papa Innocenzo III come le crociate contro gli Albigesi), finisce la sua parabola, la ghironda, bollata dall’Inquisizione come strumento “sensuale e diabolico”, ne segue fatalmente il declino.

Nelle mani di menestrelli e giullari abbandonati a se stessi e divenuti, perciò, suonatori ambulanti e girovaghi, esce dalla pratica musicale colta fino a diventare nel secolo XVI lo strumento preferito dei mendicanti. Tale passaggio è evidenziato da molti dipinti (esemplare l’incisione di Bruegel il Vecchio intitolata La parabola dei ciechi) e dal diffondersi, in sostituzione delle vecchie denominazioni, di termini quali stampella, lyra mendicorum, viola da orbo (in Piemonte gli anziani la ricordano come la viola da borgnu).

Per molto tempo i suonatori di ghironda, vittime anch’essi delle miserabili condizioni di vita in cui l’assolutismo reale costringe gli strati popolari, sono a lungo associati a folti gruppi di personaggi “di malaffare” (malagentes), accattoni, giocolieri, ladri, saltimbanchi, che infestano le strade e i borghi della Francia fino dentro ai portici delle cattedrali.
Anche gli ultimi menestrelli, un tempo organizzati in una vera e propria corporazione (la Menestrandie) che ne tutelava il livello artistico, confluiscono nel grande marasma, trascinando così quella che era stata la “regina di tutti gli strumenti” nel più sventurato momento della sua storia. Non sono neppure lontani i tempi in cui un suonatore di ghironda, come racconta Rabelais, raccoglieva in una qualunque piazza o angolo di strada “più pubblico di un predicatore”!

A questo periodo musicalmente oscuro e indecifrabile, va comunque ascritta probabilmente la più grande diffusione “popolare” dello strumento. Se infatti l’Europa dei nobili ne aveva già accolto un po’ ovunque le suggestive sonorità (senza tuttavia favorirne la fuoruscita dalle proprie corti dorate) grazie alla “corrente provenzale”, è un dato inconfutabile che le piazze e le strade di ogni angolo del vecchio continente ne conobbero le possenti vibrazioni solo in seguito al grande girovagare di mendicanti, cantori e suonatori ambulanti che vi imperversarono tra il Cinquecento e il Settecento.

La complessa vicenda della ghironda non si perde comunque nei meandri più poveri e disperati della storia. La sua antica popolarità, confinata per lungo tempo ai margini di tutte le espressioni musicali, compresa quella più propriamente folklorica, si appresta a riconquistare nuovamente le attenzioni del mondo, seppure passando per manipolazioni e ambiguità.
Con il regno di Luigi XV la nobiltà terriera, ormai culturalmente e moralmente decaduta, riscopre e imita come ultima risorsa spirituale i costumi dei propri servi. Si organizzano “feste campestri”, “nozze contadine” e ogni buon damerino maneggia la sua ghironda, “genuino strumento pastorale”!

La moda invade le corti, non soltanto francesi, e si estende a tal punto che i liutai, per soddisfare le crescenti richieste, decidono di smontare un gran numero di liuti da cui ricavare casse armoniche già confezionate (inventando tra l’altro, in questo modo anche un po’ irresponsabile, il cosiddetto modello “a cassa di liuto” destinato pian piano a prevalere sul precedente con cassa armonica piatta a forma di chitarra).
Com’è inevitabile nei fenomeni musicali dettati esclusivamente dalla moda, a qualunque epoca appartengano, anche quel grande risveglio di attenzioni verso la ghironda abbonda di superficialità e spunti caricaturali.

Fa un certo effetto immaginare quello strumento magico e possente, complice insinuante di mille battaglie amorose e danze travolgenti, tra le braccia di pastori fasulli, dame e damerini ispiratamente impegnati nell’imitazione della “felicità agreste”.
Fortunatamente quel periodo, sfrondato dei suoi aspetti più deleteri, ha lasciato alla ghironda (e a noi tutti) anche una grande eredità: le stupende pagine musicali dedicatele dai compositori più sensibili del tardo barocco, come Mozart e Vivaldi. Con il crollo della vecchia Europa provocato dalla Rivoluzione francese e il passaggio a una nuova dimensione musicale, romantica e borghese, la ghironda, che nel frattempo è sempre stata a pieno titolo strumento contadino, torna a interpretare repertori esclusivamente popolari. Ravviva, in questa sua veste “definitiva”, le feste tradizionali di ogni angolo d’Europa, dalla Francia alla Galizia, all’Inghilterra, alla Germania, alla Boemia, all’Ungheria...fino a riconquistare in quel vasto territorio occitano (in parte condiviso dal Piemonte) che la vide nascere e che da alcuni decenni ne fa il simbolo del proprio risveglio culturale, buona parte dell’antico splendore trobadorico. Dopo aver attraversato non senza difficoltà, com’è nel destino di tutti gli strumenti popolari, la crisi forse irreversibile della cultura contadina, la ghironda sta oggi camminando, molto probabilmente, verso un suo nuovo “rinascimento”: nella diffusa riscoperta della musica tradizionale e nella ricerca “universale” delle radici più lontane del suono, puo’ infatti ancora spettarle di diritto, se non quello antico di “regina di tutti gli strumenti”, quanto meno un ruolo di primissimo piano.


pubblicato dal quotidiano STAMPA SERA e dalla rivista HOMO LUDENS

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Mercoledì 14 Aprile 2021