AL PALASPORT!
dal DISCOLIBRO “iFOGLI VOLANTI di Alberto Cesa - diario di un musicante” (il manifesto - 067)

L’impostazione iniziale del neonato progetto-Cantovivo si basava su Ci Ragiono e Canto, la più grande rappresentazione teatrale-musicale delle culture popolari italiane (curata da Coggiola e Bermani, con la regia di Dario Fo).
Avevo convinto colleghi e consiglieri (anche se il casino parolaio del Garp era per fortuna soltanto più un divertente ricordo, attorno a noi musicisti e cantanti, c’era, come ci sarebbe poi sempre stato, un bel numero di sostenitori d’animo e di intellletto) a seguire la traccia di quell’evento. Perché fu proprio di fronte a quel quadro musicale, in un sol tempo ossequioso ed insolente, ridondante ed essenziale, manicheo e pluralista, furbesco e rigoroso, che per la prima volta, in un raptus “belushiano”, avevo “visto la luce”. Ricordavo di avervi trovato, da ancora inesperto folksinger, la stessa tensione emotiva, la stessa commozione, la stessa drammaticità che avevo colto, nei panni di instabile osservatore-generazionale del mondo rock, nel filmato plurivisionato di Woodstock. Forse perché, nell’uno come nell’altro caso (fatte le dovute differenziazioni di entità, stile, profilo politico e culturale) dominava il fascino irresistibile del diabolico connubbio, a cui il destino li aveva costretti, tra la super-esposta “neo-consacrazione” e l’ancora invisibile “canto del cigno”.
Provo a spiegarmi meglio. Quelle manifestazioni, così irruentemente nuove, rappresentarono, ciascuna nel proprio campo, il massimo realizzabile.
Da un lato, a Woodstock, la Grande-Musica-Moderna della Terra, il rock&pop, aveva raccolto per la prima volta, in un evento di portata mondiale, tutta la spontaneità e l’energia positiva con cui era nata e con cui aveva fin lì cercato di crescere; dall’altro la Piccola-Musica-Tradizionale del nostro Paese, aveva espresso finalmente, con Ci Ragiono e Canto, dopo secoli di sottomissione agli altri generi musicali, tutta la forza dirompente della propria grandezza culturale.
Non potevamo (o non volevamo?) sapere, noi ragazzi sognatori di allora, che entrambi gli eventi avevano raggiunto il loro limite insuperabile... Che da Woodstock sarebbero discese le degenerazioni commerciali e consumistiche a cui (forse involontariamente) quasi tutti i suoi protagonisti avrebbero ceduto... e che (relativamente, voglio specificare, alla ristretta “setta” dei cultori del folk) da Ci Ragiono e Canto in qua, il linguaggio popolare, appena rivalutato come insieme di linguaggi diversi-ma-comuni (legati cioè da un’unica matrice), avrebbe incominciato a essere misurato nelle differenze, fino a confondersi (se non addirittura a esservi schierato) nei separatismi di oggi, col danno politico della scomparsa irreversibile dei valori di cultura popolare delle tradizioni comuniste, socialiste e... democratiche-di-sinistra...

Un “collettivo-di-base”
Le idee erano belle e tante... peccato che scarseggiassero gli “ingaggi”. D’altronde non eravamo un gruppo teso al successo. Non ci consideravamo neanche un gruppo... ma un “collettivo”. E, come si diceva allora, un “Collettivo di Base”! Eravamo un gruppo di compagni stranamente intonati... sì, perché era più difficile trovare un compagno intonato che un democristiano onesto!
Forse, per questa ragione, ci sentivamo investiti di una responsabilità “superiore”... Ogni prova era un passo verso la Rivoluzione! Ci mettevamo un impegno forsennato, con un impeto vocale tale da procurarci molto in fretta i nostri “primi fans”... a cominciare dai frequentatori della Casa del Popolo di Moncalieri (luogo storico delle prime esercitazioni), quindi agli iscritti della “Trentesima”: una delle più vitali sezioni torinesi di un partito di sinistra chiamatosi orgogliosamente a lungo, con buone ragioni... Partito Comunista Italiano.

Dai cardi alle “luci della ribalta”
Eravamo disposti alla nostra brava gavetta. Così accettavamo il compenso in cardi (sic!) della Festa dell’Unità di Andezeno, gli applausi dei compagni della Venchi occupata e non molto di più. Non pensavamo che da lì a poco saremmo stati lanciati nientemeno che sullo smisurato palco del Luogo Massimo dei concerti torinesi (non ancora aperto ai dogs&pigs): il Palasport.
Successe infatti che una nostra performance nel “salone delle feste” della 30° di cui sopra, fece innamorare di noi il mitico compagno Andrea. Uno di quei militanti di base “tuttofare e sempre attivi” che rappresentavano la vera forza del Pci, dandogli quella connotazione di famiglia popolare che Pasolini definì con grande acume ed affetto “un paese nel paese”. Fu lui dunque a proporci di dividere con Enzo Del Re, pochi giorni più avanti, il concerto fatidico. Ci mettemmo immediatamente in... agitazione, quindi a provare come gli svizzeri. Era l’OCCASIONE!
Devo ricordare che Enzo Del Re era un artista di primissimo piano, sia perché collaborava alla Comune di Fo, sia perché era l’unico musicista radicalmente “alternativo”: non accettava infatti compensi superiori alla paga sindacale, viaggiava soltanto su mezzi statali, per non contribuire (con alcun incentivo) all’arricchimento dell’industria capitalistica delle auto...
Il concerto era alle 21. Alle 18,30 eravamo davanti al Palasport. Di Del Re nessuna traccia.
Alle 21 il Palasport era strapieno. Di Del Re ancora... nessuna traccia. “Cazzo”! Ripetevamo, ormai in trance giaculatoria... Ed erano cazzi davvero, perché avevamo costruito un repertorio per non più di 30 - 40 minuti... quelli che ci erano stati gentilmente offerti! “Speriamo non faccia scherzi”, insistevamo verso i compagni dell’organizzazione che continuavano a ripeterci “tranquilli, state tranquilli!”, facendo finta di esserlo loro stessi. Mah!
Erano ormai le ventuno e trenta. Dovevamo attaccare! E allora, via! Sul palco! Abbagliati da quell’immensa iniziazione luminosa che impietosamente ci impediva di incrociare qualche sguardo amico tra il pubblico lontano e... muto, maledettamente muto, dopo un primo discreto applauso di cortesia.

Bastian contrario
Diceva Rubinstein che suonare il pianoforte (vale anche per la chitarra...) è facile: “basta mettere il dito giusto, nel posto giusto, al momento giusto”...
In quell’occasione avevo accordato la chitarra con scrupolosità da orchestrale. Dopo una piccola introduzione “battagliera”, con Donata entrammo finalmente nel cuore della nostra impostazione demartiniana di cultura popolare “a tutto campo”, presentando una versione molto suggestiva di Bel uselìn del bosch, da lei stessa raccolta nel Mantovano, sua terra d’origine.
Forse non era il contesto più adatto (e “preparato a”)! Fatto sta che, seppure Donata come sempre la stesse cantando magicamente, la nostra esecuzione cominciò a essere disturbata, poi sovrastata da un brusìo che ...crebbe fino a diventare una bella-bordata-di-fischi!
Già! Ricordo che fui molto vicino alla fuga... Ci guardammo atterriti. Chi avrebbe avuto il coraggio di spiegare lì, a quell’assemblea di duri-e-puri, che la cultura popolare “in-quanto-altra-è-di-per-sé-antagonista-in-tutte-le-sue-forme-espressive-alla-luce-di”?
Le mie dita scivolavano gocciolanti lungo un manico di chitarra ormai incontrollabile. Donata eroicamente continuava a cantare... dimostrando con la sua buona dose di incoscienza, a chi avesse ancora qualche dubbio, l’invincibile dignità artistica del canto popolare: che alla fine, infatti, vinse davvero! Pian piano il rumore diventò ascolto. I fischi confluirono in un applauso di cui non ricordo l’intensità, ma di cui non avrei mai più dimenticato l’effetto liberatorio.
Avevamo rotto il ghiaccio! Anche se non era “qu’un debût” e dovevamo perciò continuare “le combat”!...
Il pericolo appena scampato ci consigliò comunque una strategia più attenta. Bastarono uno sguardo ed un flebile bisbiglio desalivato per intenderci sul da fare. Saltammo le canzoni “troppo-folk” per sparare invece subito, saldi sulle gambe come ballerini di rock acrobatico... novantenni, le cartucce più “sicure”: quelle possenti e a-prova-d’interpretazione (secondo lo schema del tempo) dei canti ultra-rossi della protesta. Imbracciai la chitarra come un mitra. Misi il capotasto e partii a tutto gas con la Gap: un’esplosione narrativa ineguagliabile della Resistenza-Incompiuta. Le voci si impastarono bene. Canto, controcanto, terza sopra, terza sotto, bordone... tutto scorreva alla grande! Eppure c’era qualcosa di impercettibile che mi disturbava. Strapazzavo la mia povera yamaha con il solito impeto strappa-corde... Sembrava tutto in regola.
Come nelle prove. Come nella bella serata alla 30°. Niente da fare! Quella sensazione indecifrabile mi destabilizzava... Arrivammo alle strofe di chiusura, quando il canto scandisce tre volte, come un tamburo di guerra: ma allora per noi operai la liberazione l’é ancora da far (a trovarne uno, di operaio, tra gli operaisti presenti sul palco o nel parterre.... Andrea a parte!). Chiudemmo, come da copione, con un grido tremendo.
Venne giù il Palasport! Pensai, come imprudentemente pensano gli artisti dopo un momento di successo: “è fatta!”. E mi lanciai sul “dopo”, finalmente (come anche i miei compagni) con una certa sicurezza...
Eppure quella strana sensazione che mi aveva accompagnato per tutta la trionfale galoppata “gappina”, continuava a tormentarmi. Nessuno, anche dopo l’uscita di scena, tra i compagni e gli amici, più provati di noi, seppe darmene una spiegazione.
Lo fece, il giorno dopo, una impietosa registrazione.
Era successo che sì, avevamo cantato bene, intonatissimi, senza sbagliare un attacco o un controcanto, ma lo avevamo fatto “in parallelo”... un semitono sotto la tonalità della chitarra!
Una performance ai limiti dell’impossibile (forse Frank Zappa...)!
Dopo aver preso per intonarci l’accordo di La minore, avevo poi sistemato sul manico della chitarra il capotasto in prima posizione.
E partii così. Avevo fatto le operazioni giuste. Ma esattamente al contrario!

Alberto Cesa (racconto scritto nel 1998)

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Martedý 27 Ottobre 2020