ARRIBA ESPANA
dal DISCOLIBRO “iFOGLI VOLANTI di Alberto Cesa - diario di un musicante” (il manifesto - 067)

Avevo conosciuto, nel ‘75, Jacinto, Luisa, Carlotta e altri compagni spagnoli che si erano sistemati a Torino (di fatto profughi clandestini) nell’attesa ancora molto vaga della fine del “franchismo”. Un giorno ci chiesero di costruire insieme uno spettacolo teatrale-musicale di solidarietà e di denuncia (*).
Ci mettemmo immediatamente al lavoro. Il materiale di cui già disponevamo non era sufficiente: dovevamo coprire quarant’anni di dittatura...
Donata ed io cominciammo allora un lungo e faticoso lavoro di ricerca, aiutati da Jacinto, che in quel periodo lavorava al Centro Gobetti. Il Centro Gobetti, notoriamente di tradizione liberal-progressista, coerentemente con la sua storica apertura politica (negli Anni ‘60 vi avevano trovato ospitalità nientemeno che i leggendari pionieri pre-sessantottini dei Quaderni Rossi) accoglieva infatti a lavorare nelle sue sale prestigiose anche dei nostri compagni.
La sua atmosfera era quella rarefatta e un po’ intimidente delle biblioteche storiche.
Vi sfogliavamo i libri in silenzio, scrivevamo, ci scambiavamo idee e pensieri, tutto a mezza-voce, come in un interrato carbonaro dell’Ottocento.
Un giorno quell’atmosfera ebbe un sussulto. Dalla Spagna stavano arrivando da un po’ di tempo notizie, difficili da verificare, di un’imminente morte del Caudillo. I nostri amici spagnoli erano in fibrillazione... La televisione accennava a una grave malattia del dittatore e subito la smentiva. Poi parlava di malessere stazionario... In realtà le notizie clandestine ne davano per certa la morte, avvenuta già da qualche giorno, ma tenuta nascosta per preparare il “dopo”.
“L’avranno imbalsamato?”, diceva qualcuno provando a scherzarci su, “Sono tutte balle, tra un po’ ritorna tutto come prima”, rispondeva qualcun altro, meno disposto all’ironia... La verità era che nessuno di loro aveva il coraggio di sperare.
Quella tensione andava avanti da più di una settimana. Il Centro tornava ogni giorno di più al suo abituale silenzio monastico. Vi era entrata ormai una cupa aria di rassegnazione alla Beffa Feroce... quando esplose la notizia: “è morto! Franco è morto! E’ ufficiale!”. Non fu urlata, ovviamente. Fu portata nelle varie stanze con la leggerezza del “finis” del bidello-Fabrizi nel suo film forse più commovente. Salimmo dal seminterrato, dove con Jacinto traducevamo l’ennesima poesia, e raggiungemmo la sala centrale.
Qualcuno aveva preparato una bottiglia di spumante. Credo fosse la prima dal dopo-guerra, o forse l’unica da sempre... Comunque era la più bella bottiglia del mondo! Arriba España , provò a lanciare timidamente nell’aria uno dei dieci o dodici emozionatissimi presenti, ma il tappo lo zittì... Con un boato tremendo!

Alberto Cesa (racconto scritto nel 1998)

(*) Lo spettacolo si chiamò “A negra noite de España”. Da esso ricavammo il primo album del Cantovivo.


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Martedý 27 Ottobre 2020